Adrienne Rich: l’arte e la militanza contro il patriarcato22 min read

Una sensibilità artistica sui generis. Una poetessa che ha fatto della sua arte un canale prioritario per veicolare il suo impegno sociale e politico. Adrienne Rich è stata una delle voci della poesia americana del secolo scorso a lasciare la sua impronta in modo indelebile nella lotta per i diritti civili, grazie a una vasta produzione poetica e saggistica, acclamata e premiata in più occasioni.

1. Vita e arte per l’impegno sociale
2. Adrienne Rich, il femminismo, il lesbismo e il patriarcato
3. Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence
4. Conclusione

 

1. Vita e arte per l’impegno sociale

Adrienne Rich nacque a Baltimora, nel Maryland, nel 1929. Suo padre, ebreo, era un ben noto patologo e sua madre, cattolica protestante del Sud, era una compositrice e pianista. In questo clima religioso e culturale, Adrienne e la sorella ebbero una educazione cristiana. L’ambizione del padre, intenzionato a far di lei un prodigio, fu il suo primo motivo di avvicinamento alla letteratura. Dapprima, lesse i volumi della ricca libreria paterna avvicinandosi a Ibsen, Arnold, Blake, Keats, Rossetti, Tennyson, e, successivamente, si dedicò alla produzione delle sue poesie. La sua educazione scolastica, cominciata tra le mura domestiche, continuò presso le scuole pubbliche del paese, con impegno e determinazione per non deludere le ambizioni e aspettative dei suoi genitori.

Non tardarono ad arrivare il diploma e la laurea, in percorsi di studio che la videro alle prese con la definizione di una identità artistica e poetica segnata anche dall’assenza di figure femminili tra i suoi insegnanti nel percorso scolastico. La sua prima collezione di poesie è del 1951, ultimo anno al college: A Change of World. La raccolta venne selezionata per il premio Yale Series of Younger Poets dal poeta W. H. Auden, che quell’anno presiedeva la giuria e che poi ne curò l’introduzione, dando alle stampe il volume.

Nel 1953, Adrienne sposò Alfred Haskell Conrad, un professore di economia dell’Università di Harvard incontrato durante il suo periodo di studi. Il matrimonio fu un espediente, forse l’unico dei pochi che Adrienne reputava sufficientemente efficace, per riuscire a separarsi dalla sua famiglia: “I married in part because I knew no better way to disconnect from my first family” (https://www.theguardian.com/books/2002/jun/15/featuresreviews.guardianreview6). Dalla relazione, nacquero tre figli.

Da lì a breve, diede alle stampe la sua seconda raccolta di poesia, The Diamond Cutters (1955) e nello stesso anno, la Poetry Association of America la insignì del Ridgely Torrence Memorial Award. Fu questo il clima che la accompagnò verso il periodo di maggiore cambiamento della sua vita: gli anni Sessanta.

Ad aprire il decennio di trasformazione fu il conferimento di uno dei maggiori premi letterari, il National Institute of Arts and Letters Award. Mentre continuavano i suoi sudi e anni di insegnamento presso il Netherlands Economic Institute, nel 1963 pubblicò la sua terza raccolta di poesie, Snapshots of a Daughter-in-Law, un lavoro di grande cambiamento contenutistico e stilistico rispetto ai precedenti. Nella raccolta, infatti, Adrienne esamina nel dettaglio la sua identità femminile, in concomitanza con un periodo di grande tensione nella sua vita, tanto da donna-moglie quanto da donna-madre.

Il trasferimento a New York portò un altro tassello al mosaico del cambiamento. A New York infatti si avvicinò particolarmente ai temi della lotta civile contro la guerra e alla difesa dei diritti sociali, in particolar modo quelli cari al movimento femminista. La sua produzione poetica in questo periodo divenne lo specchio della sua presa di coscienza politica e sociale: Necessities of Life (1966), Leaflets (1969), e The Will to Change (1971) furono l’esatta affermazione della sua posizione politica radicale.

In questi anni Adrienne continuò a insegnare e ricevere oneri e plauso per la sua produzione letteraria. A crescere, non era solo la sua fama poetica: dentro Adrienne maturava la consapevolezza di poter dare con la sua voce un importante contributo a chi quotidianamente era impegnato sul fronte di battaglie sociali e necessitava di tutta la visibilità possibile. Ecco che, sempre più attiva politicamente, Adrienne, insieme al marito, cominciò a ospitare presso la sua casa alcuni incontri di raccolta fondi contro la guerra. Nonostante la comunanza di intenti, la tensione tra Adrienne e il marito portò al divorzio. Pochissimo tempo dopo, Conrad morì suicida.

Gli anni Settanta la videro ancora attiva sul fronte dell’insegnamento e della produzione letteraria. Il suo Diving into the Wreck le valse il National Book Award for Poetry nel 1974, dividendolo in ex-aequo con Allen Ginsberg e il suo The Fall of America. Adrienne colse l’occasione per lanciare un messaggio: nel ritirare il premio volle accanto a sé altre poetesse femministe in lizza per lo stesso riconoscimento, Alice Walker e Audre Lorde. La loro presenza – nelle intenzioni di Adrienne – avrebbe dovuto simboleggiare tutte quelle donne le cui voci erano già scomparse o faticavano a essere ascoltate sotto il peso incombente del maschilismo della società.

Nel 1976, Adrienne pubblicò un lavoro controverso, Of Woman Born: Motherhood as Experience and Institution, in cui per la prima volta il lesbismo diventa tematica dominate sia sotto l’aspetto politico che personale. L’opera segnò decisamente lo scatto identitario di genere dell’artista che da lì in avanti sarebbe stato sempre più manifesto e dichiarato apertamente, con la pubblicazione di saggi e altri scritti che funsero da giro di boa contenutistico, stilistico e identitario. Finalmente, Adrienne entrò in contatto con il suo io più recondito rendendo il lettore testimone del suo dialogo con un universo di sensazioni, emozioni e sentimenti che fino ad allora restarono repressi.

In quello stesso periodo Adrienne scrisse anche una serie di saggi di natura politico-sociale, tra cui il celebre Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence (1980), uno dei suoi primi scritti a focalizzarsi sulla sua identità di genere, portando a chiedersi e a chiedere a quanti la ascoltassero:

“How and why women’s choice of women as passionate comrades, life partners, co-workers, lovers, community, has been crushed, invalidated, forced into hiding”? (https://www.theguardian.com/books/2002/jun/15/featuresreviews.guardianreview6)

Fu con lavori di questo spessore che la voce di Adrienne Rich divenne sinonimo di lotta per il riconoscimento dell’uguaglianza tra sessi, reclamando a pieni polmoni una forte consapevolezza identitaria, per troppo tempo rimasta in silenzio.

Gli anni successivi furono scanditi da una intensa attività di insegnamento e di produzione artistica sia prosastica sia poetica, confluita in volumi acclamati dalla critica e di grande ispirazione per molti per il suo impegno politico e sociale. Il confine tra la produzione artistica e l’impegno sociale di Adrienne Rich era ormai impossibile da tracciare.

Nel 1977 divenne membro del Women’s Institute for Freedom of the Press (WIFP), un’associazione no-profit americana per la stampa, finalizzata ad aumentare la comunicazione tra le donne e connettere il pubblico attraverso l’utilizzo dei media in ottica di genere.

Nel giugno 1984, Adrienne tenne un discorso all’International Conference of Women, Feminist Identity, and Society a Utrecht, intitolato “Notes towards a Politics of Location”, in cui ebbe modo di esporre concetti cardine della sua produzione più matura, quali il suo pensiero sul corpo della donna, sulla posizione della stessa in uno spazio geografico ben identificabile in termini di “locatedness”, e il modo in cui tramite il potere della parola si possa giungere all’auto-rappresentazione, vedendo il corpo come il luogo che una donna deve reclamare per se stessa. Nel discorso non mancarono le provocazioni al lettore e al pubblico, come l’invito a riflettere e formare la loro identità rifiutando di definirsi attraverso i parametri della politica e della religione. Alle donne, invece, rivolse una chiamata alla presa di coscienza al fine di farle aderire al movimento femminista, di cui ipotizzò lo stato di salute alla fine del XX secolo. La provocazione voleva essere una occasione per riflettere sulla necessità di un cambiamento del movimento dall’interno, aumentandone lo spirito critico e riconoscendo come a muoverlo fossero un insieme di voci, linguaggi e azioni diversificate.

Negli anni ’90, Adrienne Rich divenne un membro attivo di molti comitati in difesa dei diritti delle donne, come il Boston Woman’s Fund, il National Writers Union e il Sisterhood in Support of Sisters in South Africa, perché in quanto poeta ebbe modo di esprimersi sul ruolo che rivestiva nella società:

yet it has always been true that poetry can break isolation, show us to ourselves when we are outlawed or made invisible, remind us of beauty where no beauty seems possible, remind us of kinship where all is represented a separation. (http://www.english.illinois.edu/maps/poets/m_r/rich/onlineessays.htm)

Fu per questo che, in qualità di artista, poetessa, donna impegnata in una lotta coerente di ideali ben precisi, nel 1997, rifiutò la National Medal of Arts affermando che non poteva accettare un premio dalla presidenza Clinton, perché amministrazione cinica e non sensibile al vero valore dell’arte, dichiarando:

I could not accept such an award from President Clinton or this White House because the very meaning of art, as I understand it, is incompatible with the cynical politics of this administration…[Art] means nothing if it simply decorates the dinner table of the power which holds it hostage. (Rich, Adrienne (2001:95–105).

Agli inizi del 2000 il suo impegno sociale e politico confluì nelle proteste contro la guerra in Iraq, sempre cercando di veicolare il suo messaggio attraverso l’arte. Il suo impegno non venne mai meno così come non tardarono mai ad arrivare riconoscimenti: nel 2003 vinse il Yale Bollingen Prize per la poesia “for her honesty at once ferocious, humane, her deep learning, and her continuous poetic exploration and awareness of multiple selves” (https://www.poets.org/poetsorg/poet/adrienne-rich); nell’ottobre del 2006 invece Equality Forum le dedicò un riconoscimento per la sua produzione artistica come icona per la storia del movimento e della storia LGBT. (https://lgbthistorymonth.com/adrienne-rich)

Adrienne Rich aveva 82 anni quando nel 2012 l’artrite reumatoide la spense, circondata dall’affetto della sua compagna, Michelle Cliff, dei figli e dei nipoti, a Santa Cruz.

2. Adrienne Rich, il femminismo, il lesbismo e il patriarcato

Molta della produzione di Adrienne Rich si è focalizzata sulla questione di genere e in particolare sul ruolo della donna nella società. Fu proprio il suo libro Snapshots of a Daughter-in-Law (1963) a essere identificato come uno dei primi libri ad aver affrontato questo argomento. Nella collezione, la poetessa offre un’analisi critica della sua vita considerando i vari ruoli affettivi da lei ricoperti, mostrando molti temi cari alla produzione femminista. Molta sua produzione poetica è famosa per lo stesso motivo. Uno dei componimenti più celebri per questa tematica è Power, ispirato a Marie Curie, una delle donne più importanti del XX secolo per le sue scoperte scientifiche.

Anche molta della produzione saggistica ha affrontato i temi del femminismo. In particolare, Blood, Bread and Poetry (1986), contiene il famoso saggio a tema femminista dal titolo “Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence”.

Rich fu il soggetto principale anche di molte interviste e documentari in cui ebbe modo di esprimere in dettaglio la sua idea sul femminismo e sulla società in generale.

Adrienne innanzitutto ebbe da ridire sull’uso stesso del termine, che avrebbe preferito sostituire con “liberazione della donna”, un termine a suo avviso in grado di spronare alla resistenza le donne della generazione successiva, senza rischiare di essere utilizzato come etichetta abusata. La sua visione del femminismo tende a spronare le donne a una lotta comune, come emerge in On Lies, Secrets and Silence: Selected Prose, 1966–1978 (1979):

Women have often felt insane when cleaving to the truth of our experience. Our future depends on the sanity of each of us, and we have a profound stake, beyond the personal, in the project of describing our reality as candidly and fully as we can to each other. (https://www.brainpickings.org/2014/11/13/adrienne-rich-women-honor-lying/)

Date le condizioni del femminismo tra gli anni ‘50 e ‘70, la produzione artistica di Adrienne Rich e i suoi messaggi socio-politici possono essere descritti come rivoluzionari e progressisti, per la sua visione dell’uguaglianza e la sua idea di come le donne dovessero massimizzare il loro potenziale. Infatti, per lei la società era interamente fondata su un sistema patriarcale e come tale limitava i diritti delle donne. Aspirare all’uguaglianza totale tra i sessi significava riconfigurare l’intero assetto di nozioni, preconcetti e strutture sociali, per far spazio alla prospettiva femminile. (scholarship.shu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1067&context=theses “The Unearthing of the Body in Adrienne Rich’s Politics”)

3. Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence

Di tutta la produzione saggistica di Adrienne Rich, sicuramente merita una riflessione accurata “Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence”, pubblicato nel 1980 e confluito successivamente anche nella raccolta del 1986 Blood, Bread, and Poetry in linea con il femminismo radicale degli anni ‘70 e ‘80.

Il saggio fu concepito per essere fonte di ispirazione per il cambiamento, dando visibilità maggiore al lesbismo, alla sessualità e al ruolo della critica letteraria in relazione con le tematiche di genere più marcatamente omosessuali.

Adrienne Rich mette in campo delle idee molto chiare: non è vero che l’eterosessualità sia naturale o intrinseca nella natura dell’uomo. Si tratta, per lei, di una imposizione della cultura e della società occidentale che rende le donne in una condizione di subordinazione totale rispetto all’uomo.

Questo saggio è intenzionalmente provocatorio, volendo contrapporsi alla quella voglia dilagante in molta letteratura del movimento femminista di cancellare la sua compagine lesbica. Per questo, l’obiettivo della scrittrice è quello di incoraggiare le femministe eterosessuali a esaminare il proprio orientamento di genere e sessuale come una istituzione politica che indebolisce le donne, spronando così a cambiare definitivamente la situazione e invogliare a un dialogo verso le donne lesbiche in nome della liberazione della donna.

È molto interessante uno spunto di riflessione di Linda Napikoski, nella lettura di questo saggio di Adrienne Rich:

Compulsory means required or obligatory; heterosexuality refers to sexual activity between members of opposite sexes. The phrase “compulsory heterosexuality” originally referred to the assumption by male-dominated society that the only normal sexual relationship is between a man and a woman. Society enforces heterosexuality, branding as deviant any deviance or noncompliance. The normalcy of heterosexuality and the defiance of that are both political acts. The phrase carries the implication that heterosexuality is neither inborn nor chosen by the individual, but rather is a product of culture and thus is forced. Behind the theory of compulsory heterosexuality is the idea that biological sex is determined, that gender is how one behaves, and sexuality is a preference. (https://www.thoughtco.com/compulsory-heterosexuality-overview-3528951)

Per Adrienne Rich l’eterosessualità, in quanto violenta imposizione delle istituzioni politiche, allontana le donne eterosessuali femministe da un dialogo propositivo con la componente lesbica, facendo venir meno l’occasione di vedere la loro componente omosessuale come una vera e propria estensione del movimento femminista in perfetto accordo con le loro linee di pensiero. Solo dopo aver compreso a fondo tutto questo, le femministe avrebbero potuto estendere i propri orizzonti, arrivando a concepire anche il mondo erotico in un approccio di piena autodeterminazione e auto-rappresentazione dell’io femminile, smettendo di utilizzare termini della tradizione patriarcale.

Perché questo avvicinamento femminile alla sfera fisica, economica ed emozionale possa avvenire, Adrienne Rich fa riferimento a uno schema sviluppato da Kathleen Gough, una antropologa e femminista che, nel suo saggio The Origin of the Family (1973) ha elencato otto caratteristiche del potere maschile che nella società sbilanciano completamente la parità di genere con le donne:

1.      non riconoscere una sessualità propria alle donne;
2.      imporre la sessualità maschile su quella femminile;
3.      controllo e sfruttamento del lavoro femminile per monitorarne la produzione e rafforzare il divario tra il valore  della forza lavoro femminile e quella maschile;
4.      controllo del padri sui figli;
5.      confino fisico della donna, impedendole la libera mobilità;
6.      uso della donna come moneta di scambio nelle transazioni tra gli uomini nelle loro trattative e alleanze;
7.      paralisi della creatività femminile;
8.      accesso negato per le donne a gran parte delle conoscenze culturali e sociali.

Queste caratteristiche sono solo alcune di quelle attraverso cui il potere maschile si manifesta e perpetua. Quello che maggiormente preoccupa è che queste caratteristiche dimostrano come l’ineguaglianza sia sintomatica di un controllo che va da una brutalità meramente fisica a un controllo sulla coscienza del soggetto femminile.

Quello che ne deriva è che le donne, avendo vissuto sulla loro pelle le manifestazioni di questo potere con le caratteristiche di cui sopra, hanno visto nel matrimonio e nella scelta eterosessuale l’unica strada per loro percorribile, nonostante assolutamente lontana dalla propria volontà e da propri desideri. Citando qualche esempio, rintracciamo storicamente la brutalità fisica nell’uso di strumenti di tortura e pratiche di mutilazione genitale per le donne, mentre a livello di controllo delle coscienze possono essere citati i tentativi di censura nelle arti, nella letteratura e nel sapere in generale dell’amore omosessuale tra donne, se non addirittura la sua classificazione come disturbo. In aggiunta possiamo citare la mercificazione della donna in quanto oggetto in grado di soddisfare gli appetiti erotici dell’uomo, così come è rappresentato dal mercato pornografico, con conseguente attribuzione alle donne di una idea di amore, sesso e desiderio estremamente maschilista e lontana dalla realtà.

Queste caratteristiche del genere maschile nel corso del tempo hanno rafforzato la poca attenzione verso le donne, portando la società a dimenticare che, per funzionare appropriatamente, è necessario adottare politiche, linguaggi, approcci e costumi, inclusivi sia verso gli uomini sia verso le donne, tanto nella sfera pubblica quanto in quella privata.

Parte della scelta di essere lesbica è frutto di un atto di resistenza, nello specifico, un rifiuto del patriarcato e della subordinazione della donna all’uomo, anche se riconosce che spesso le donne attuano dei comportamenti e fanno propri dei costumi tali per cui si auto-sottomettono a questi stigma della società. Perpetuare la via eterosessuale significa adottare una scelta sociale imposta dagli uomini per continuare a soddisfare i propri bisogni. Solo sperimentando una alternativa diversa si può dimostrare di essere le sole a poter scegliere per la propria vita, senza che lo facciano, per loro, gli uomini.

Anche ignorare che le donne possano essere in grado di compiere una scelta soggettiva quale è quella legata alla propria sessualità ha rafforzato la sua subordinazione rispetto all’uomo. Come? Per Adrienne Rich questo è avvenuto con i numerosi tentativi di distruzione della figura della donna lesbica dall’immaginario collettivo, trattandola piuttosto come “altro” da sé.

Citando il lavoro di Catharine A. MacKinnon, Sexual Harassment of Working Women: A Case of Sex Discrimination (1979), Adrienne Rich riprende la stretta connessione esistente tra la prospettiva eteronormativa e il sistema capitalistico, evidenziando le retribuzioni inferiori delle donne rispetto a quelle maschili e il loro inquadramento in posizioni ben diverse da quelle di potere, tipicamente affidate all’uomo. In aggiunta, i luoghi di lavoro, sono teatro di forzature verso le donne che, caricate di una forte componente sessuale, sono costrette a comportarsi in accordo al binarismo eterosessuale maggioritario:

Thus, women in the workplace are at the mercy of sex-as-power in a vicious circle. Economically disadvantaged, women–whether waitresses or professors–endure sexual harassment to keep their jobs and learn to behave in a complaisantly and ingratiatingly heterosexual manner (…) the woman who too decisively resists sexual overtures in the workplace is accused of being “dried-up” and sexless, or lesbian. (…) her job depends on her pretending to be not merely heterosexual but a heterosexual woman, in terms of dressing and playing the feminine, deferential role required of “real” women. (Rich, Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence, p.9)

Questo si lega al rifiuto del termine “lesbianism da parte di Adrienne, che lo vede come un termine quasi clinico e pieno di limiti comprensivi. Per questo ricorre a termini diversi, come “lesbian existence” o “lesbian continuum”.

Riprendendo le parole di Adrienne:

Lesbian existence suggests both the fact of the historical presence of lesbians and our continuing creation of the meaning of that existence […] Lesbian existence comprises both the breaking of a taboo and the rejection of a compulsory way of life It is also a direct or indirect attack on ~male right of access to women (Rich, ibidem, p.14)

Altrettanto chiara è la sua idea nel descriverci perché andrebbe usato il termine “lesbian continuum

I mean the term lesbian continuum to include a range–through each woman’s life and throughout history–of woman-identified experience; not simply the fact that a woman has had or consciously desired genital sexual experience with another woman. If we expand it to embrace many more forms of primary intensity between and among women (…), we begin to grasp breadths of female history and psychology that have lain out of reach as a consequence of limited, mostly clinical, definitions of ‘lesbianism.’ (Rich, ibidem, p.14)

Quando le donne finalmente cominceranno a considerare le lesbiche senza condizionamenti e pregiudizi sulla loro sessualità, sarà possibile vedere sorgere nuovi legami tra le donne, intensi e genuini, in una lotta comune in nome della parità di genere.

Le donne lesbiche sono state storicamente private di una propria esistenza, non solo dall’immaginario collettivo ma anche politicamente, nella società. La loro esistenza è stata inclusa nel gruppo degli omosessuali in quanto emarginati, quasi come fossero la versione femminile degli uomini omosessuali. Paragonare lesbiche e gay solo perché entrambi sono due tipi di stigma sociali significa rifiutare di riconoscere delle peculiarità dell’uno e dell’altro, quindi delle differenze sia a livello macro, sia a livello specifico, contribuendo quindi a falsificare la nostra storia.

Certamente, Adrienne riconosce che parte della storia delle lesbiche, mancando per loro una comunità femminista coerente a cui riferirsi, è stata condivisa con la compagine maschile della comunità omosessuale in accordo con le cause comuni per le quali lottare, ma questo non deve trarre in inganno: valori e differenze, per Adrienne sono ben evidenti e non possono essere ignorati.

Per lei, essere lesbica, così come la maternità, è una esperienza profonda per la donna, carica di oppressione e di significati che non possono essere compresi a fondo fin quando la scelta dell’esperienza lesbica continuerà a essere vista con connotato meramente sessuale, e non anche come legame molto più forte e profondo, dettato da un coinvolgimento psico-fisico.

L’eterosessualità obbligatoria non riconosce alle donne la possibilità di vivere la loro sessualità, il loro corpo e quello altrui, contribuendo alla produzione di miti sociali come ad esempio quelli legati all’orgasmo e come solo l’uomo possa soddisfare una donna sessualmente.

È a questo punto che Adrienne sottolinea con crudezza un passaggio fondamentale:

Heterosexuality has been both forcibly and subliminally imposed on women, yet everywhere women have resisted it, often at the cost of physical torture, imprisonment, psychosurgery, social ostracism, and extreme poverty “Compulsory heterosexuality” was named as one of the “crimes against women by the Brussels Tribunal on Crimes against Women in 1976. (Rich, ibidem, p. 17)

per poi citare le testimonianze di due donne di culture differenti e indicare come globalmente il lesbismo venga perseguito psicologicamente e fisicamente.

Rifiutare di riconoscere che tra le donne possano esistere legami quali alleanza, collaborazione, passione, intesa, non è altro se non il tentativo di arginare il potere delle donne da parte delle istituzioni patriarcali etero normate. L’eterosessualità obbligata che deriva da questa pressione sulle donne non fa che aumentare l’ipocrisia, l’isteria e la falsità nella società e nello stesso dialogo tra uomo e donna.

4. Conclusione

Inevitabilmente, a questo punto del suo saggio Adrienne Rich arriva a formulare una domanda finale: dovremmo quindi condannare tutte le relazioni eterosessuali della nostra società? Non è una domanda aperta, per quanto comunque sia una estremamente sentita forse da molte donne.

La scrittrice suggerisce che questa è una domanda di per sé poco corretta, in quanto siamo tutti abituati a vivere le nostre esistenze come se fossero in balia di dicotomie sulle quali schierarci, prendendo ora le parti di un estremo, ora di quello opposto. Nel farlo, ci si dimentica del continuum e della possibilità di scegliere una soluzione al di fuori di queste opposizioni, frutto di un patriarcato che le impone come scelte inevitabili. Non ci sono, quindi, necessariamente opposizioni tra matrimoni giusti e sbagliati, fatti per amore o fatti dietro accordo, intesa sessuale e violenza, sesso libero e prostituzione. Esistono dei rapporti più sottili e profondi, da investigare a un livello qualitativo per comprendere pienamente le differenze nelle esistenze che compongono la società.

Ma in questa società c’è un grave problema: la donna non può scegliere. Nel momento stesso in cui riconosciamo questo aspetto, rintracciamo storicamente un tentativo di resistenza delle donne, mai pienamente cosciente di se stessa, perché troppo frammentata, troppo taciuta e nascosta dal potere istituzionale. È necessario andare oltre i singoli casi, oltre le vicissitudini dei singoli gruppi. Solo così si può cominciare ad avere una visione a tutto tondo di un contesto complesso ma unitario, che si contrappone all’istituzione per smantellare il potere degli uomini sulle donne. Un potere che oltre a essere sessuale si manifesta anche radicalmente come un controllo su più livelli.

Il saggio ricevette molte critiche, motivo per cui Adrienne Rich diede alle stampe nel 1984 la sua risposta “Reflections on Compulsory Heterosexuality“, cogliendo l’occasione per ribadire l’intento iniziale sotteso alla pubblicazione del primo saggio:

I undertook ‘Compulsory Heterosexuality’ … to contribute to an issue on sexuality, from any perspective I chose. I thought I was writing an exploratory piece, an essay in the literal sense of ‘attempt:’ a turning picture –the presumption of female heterosexuality—around to view it from different angles, a hazarding of unasked questions. That it should be read as a manifesto or doctrine never occurred to me. When it began to be reprinted as a pamphlet by small lesbian-feminist presses here and abroad, I was agreeably surprised. When I began to hear that it was being claimed by some separatist lesbians as an argument against heterosexual intercourse altogether, I began to feel acutely and disturbingly the distance between speculative intellectual searching and the need for absolutes in the politics of lesbian feminism. (http://muse.jhu.edu/article/53008).

Fonti

Poet and pioneer https://www.theguardian.com/books/2002/jun/15/featuresreviews.guardianreview6

Adrienne Rich: Online Essays and Letters http://www.english.illinois.edu/maps/poets/m_r/rich/onlineessays.htm

Adrienne Rich, ed. Arts of the Possible: Essays and Conversations. Why I Refused the National Medal for the Arts. New York: W.W. Norton & Company, 2001, pp. 95–105

Poet Adrienne Rich Refuses to Accept National Medal for the Arts https://www.democracynow.org/1997/7/16/national_medal_for_the_arts

Adrienne Rich https://www.poets.org/poetsorg/poet/adrienne-rich

Adrienne Rich  https://lgbthistorymonth.com/adrienne-rich

Adrienne Rich on Lying, What “Truth” Really Means, and the Alchemy of Human Possibility https://www.brainpickings.org/2014/11/13/adrienne-rich-women-honor-lying/

The Unearthing of the Body in Adrienne Rich’s Politics scholarship.shu.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=1067&context=theses

Compulsory Heterosexuality. Feminists Question Assumptions About Relationships https://www.thoughtco.com/compulsory-heterosexuality-overview-3528951

Catharine A. MacKinnon, Sexual Harassment of Working Women: A Case of Sex Discrimination, 1979.

Kathleen Gough, The Origin of Family, 1973.

Adrienne Rich, Reflections on “Compulsory Heterosexuality”, 1984 http://muse.jhu.edu/article/53008

Adrienne Rich, Compulsory Heterosexuality and Lesbian Existence, 1980 http://users.uoa.gr/~cdokou/RichCompulsoryHeterosexuality.pdf

 

Credits immagine in evidenza: Lloyd Fox, The Baltimore Sun.

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By |2018-03-29T11:36:59+00:00gennaio 25th, 2018|Saggi|0 Comments

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