The Chickencoop Chinaman, Frank Chin

Recensione di Nicola Angeli

Sipario. L’interno di un aereo, destinazione: Pittsburgh. Una bellissima hostess, riassunta come una Hong Kong dream girl un po’ mostruosa con il suo sorriso meccanico e l’aspetto da majorette in parata;  Tam Lum, il protagonista. Le indicazioni dell’autore suggeriscono una sorta di limbo: un fascio di luce sui due personaggi, il resto del palcoscenico è nero.

Nel dialogo fra i due, Tam Lum prende forma e la dream girl che insiste su ‘where were you born?’ gli offre la possibilità per un quasi-monologo che apre un tema che si farà strada per tutto il testo: ‘Born? No! Crashed! Not born! Stamped! Not born! Created! Not born. No more born than the heaven and earth. No more born than nylon or acrylic. For I am a Chinaman! A miracle synthetic!’. Dopo questo concepimento di sintesi, Tam è pronto per fuoriuscire dal ventre caldo dell’aereo. Atterraggio.

Il personaggio principale di “The Chickencoop Chinaman” è dunque Tam Lum, un Chinese-American writer filmmaker in cerca di materiale per un film-documentario che sta girando. Soggetto: la vita di Ovaltine Jack Dancer, ex-campione nero di boxe, con particolare attenzione alla figura del padre che lo sostenne e lo allenò durante tutta la sua carriera. Il padre di Ovaltine vive a Pittsburgh, così Tam decide di intervistarlo e coglie l’occasione per incontrare il suo amico d’infanzia Kenji, un dentista Japanese American che vive nel ghetto nero.

In scena per la prima volta a New York nel 1972, “The Chickencoop Chinaman” affronta il delicato tema dell’identità dei Chinese-Americans di seconda generazione. Tutte le ansie e le problematiche legate all’identità linguistica, culturale e razziale qui si affrontano innanzitutto non in una dimensione collettiva ma nello spazio chiuso di ciascuno. La questione è talmente radicale e intima che la risposta non può che essere altrettanto personale. La ricerca di Tam Lum lo chiude quindi in una costante riflessione incapace di sviluppi, più o meno nascosta da un dialogo brillante e ironico. La sua fatica è quella di una ricerca che non può avere modelli soddisfacenti da seguire. Figlio di cinesi ma nato negli Stati Uniti, la risposta non è né un appiattimento su una sorta di nostalgia esotica né un’assimilazione totale degli standard americani. La sua nascita lo obbliga a confrontarsi con un’identità che non può trarre forza da un’eredità culturale che a Tam appartiene solo di riflesso. Si definisce infatti privo di lingua madre, anzi ‘orfano di lingua’: il suo cantonese è scarso e l’inglese dei genitori è pessimo. Si ritrova così in una situazione singolare, stretto fra la madre che pronuncia a fatica il nome ‘Barbara’ e gli americani che, pur non risparmiandogli qualche correzione, si complimentano per il suo inglese. L’incomunicabilità più radicale si intuisce però nella fatica di trovare significati non solo condivisi con tutti ma sopratutto stabili per se stesso.

 “I can call you “Chinese American” and insult you, “Americanized Chinese” and insult you. “Chinese” and insult you, “American” “Chink” “Jap” “Japanese” “White” and insult you, “Black” and insult you.

Tam Lum è un word magician dai contorni sfuggenti: slang, parole in cantonese, cadenza afro-americana, accento del mid-west si fondono in una comunicazione che è tanto vivace quanto fragile. Di qui l’inquietudine per un’identità originaria sentita come irraggiungibile e il peso di fondarne una nuova. Identità che nel fondarsi si avvale anche di rifiuti della realtà e miti idealizzati. Da questo punto di vista, il film che Tam sta girando è emblematico. L’eroico rapporto padre/figlio su cui Tam vorrebbe incentrare il film rivela una certa sovrapposizione: Ovaltine/Tam e il mitico padre. Fa da sfondo il retro del cinema porno che Mr. Popcorn, il padre di Ovaltine (o presunto tale) si ritrova a gestire, luogo perfetto per inscenare, fra moaning e juicy noises, il mito della paternità. Il padre di cui spesso Tam parla ma senza mai accettarlo in quanto tale era un vecchio cinese un po’ tonto, dall’inglese elementare, l’aria docile di un pollo e le mani rovinate da lavapiatti. Patito per la boxe, frequentava la palestra dove Charley Popcorn allenava Ovaltine. Tam ha trascorso due notti insonni per ripassarsi i nastri delle interviste in cui Ovaltine esalta suo padre e ricostruisce con enfasi i successi raggiunti insieme. Così, quando si ritrova un Mr. Popcorn che nega di esserne il padre, ha una reazione quasi isterica di fronte a un atteggiamento che non può non ricordargli il suo stesso rifiuto. 

TAM: But Ovaltine believes you’re his father! He really does.

POPCORN:  He believe that, he’s crazy!

TAM:  Those stories, man! He… he drinks his coffee like you do, half milk, half coffee, a spoon of sugar…

POPCORN: Yah, I drink it that way, but that don’t make me his father. I never made him my son, so how can he make me his father? Coffee and condensed milk don’t make seed, you understand.

L’incontro finale con un altro Chinese American offre un’ulteriore sovrapposizione. Di nome Tom (Tam ricorda che spesso gli americani gli correggevano la pronuncia pensando si chiamasse Tom), in pace con il resto della società e con se stesso, dopo una fase di disorientamento ha scelto la via dell’assimilazione.

Le difficoltà con se stesso lo porteranno ad isolarsi in un confronto con un mondo che rende la sua unicità sempre più estranea.

Tam: [...]: I’m the Chickencoop Chinaman. My punch won’t crack an egg, but I’ll never fall down. That is why… That is why what, Kenji? Why is that?

L’intreccio risulta interessante ma l’estraneità del personaggio rientra a fatica nell’estraneità di ognuno e questo fomenta sentimenti di odio verso ‘The Chickencoop Chinaman’. Buona lettura a tutti!

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