BUTTERFLY WRITES BACK: IMMAGINI D’AMERICA IN NAGAI KAFU E NEI DUE MURAKAMI

di Francesco Barbieri

In questo breve contributo, che non vuole e non può essere una descrizione esaustiva del fenomeno, vorrei presentare senza nessuna pretesa di completezza un aspetto da sempre abbastanza discusso, e qualche volta frainteso, della cultura giapponese.

L’occasione è stata una breve chiacchierata con gli studenti di Letterature Anglo-Americane 2 e 3 dell’Università di Bologna, che proprio in quel periodo stavano riflettendo sul più ampio processo di “americanizzazione del mondo” in atto nel diciannovesimo e specialmente nel ventesimo secolo, analizzando dunque i meccanismi attraverso i quali la cultura americana veniva esportata e, perché no, anche sincretizzata con le culture dei paesi che sono ricaduti, più o meno lungamente, sotto la sua sfera di influenza economica, politica, culturale e non da ultimo militare. Il Giappone, come l’Italia o altri paesi, non ha ovviamente fatto eccezione.

Oggetto d’analisi è l’evoluzione del rapporto e della percezione della cultura americana in alcuni momenti significativi della storia letteraria e culturale del Giappone negli ultimi due secoli. Base interpretativa del lavoro sono gli articoli di due studiosi, Rachel Hutchinson e Glynne Walley. Il primo riguarda Amerika monogatari, tradotto, più o meno correttamente con “Storie Americane” (non ne esiste a tutt’oggi una traduzione italiana; l’edizione inglese si intitola American Stories) di Nagai Kafū, uno dei maggiori intellettuali e scrittori giapponesi di inizio Novecento. Il secondo tratta invece il rapporto con la cultura pop americana degli anni del dopoguerra, che traspare dalle opere di due scrittori contemporanei: Murakami Haruki, forse uno dei più famosi scrittori giapponesi, conosciuto a livello planetario e tradotto in più di quaranta lingue, e Murakami Ryū, scrittore, regista e sceneggiatore famoso per le sue produzioni ad alto tasso di violenza e scene erotiche, che però non hanno una funzione semplicemente provocatoria o shockante, ma diventano metafore, espedienti narrativi, per raccontare la condizione (dis)umana contemporanea.

Per tutti e tre, attraverso i contributi critici, si analizzeranno i diversi gradi di fascinazione e di influenza che l’America e la sua cultura hanno avuto nei loro confronti. Con risultati spesso molto diversi.

La scelta ha dovuto per ragioni di tempo escludere riferimenti più o meno approfonditi a tutta una serie di altri autori, tanto importanti quanto quelli presi in considerazione, se non ancora di più – penso per esempio a Kenzaburō Ōe, premio nobel per la letteratura nel 1994 – e soffermandosi su tre autori, appartenenti – lo si è già detto – a differenti momenti storici, che hanno riflettuto e scritto sull’incontro fra la propria cultura e quella degli Stati Uniti.

Volendo quindi semplificare, possiamo individuare tre fasi principali della storia giapponese nelle quali vi è una presenza straniera, prima europea ma poi soprattutto americana, all’interno dei confini nazionali.

Il primo momento si colloca intorno al 1543, con l’arrivo di mercanti portoghesi nelle coste del sud, al quale seguirà lo stabilimento di intensi rapporti commerciali, non solo coi portoghesi, ma anche con altri paesi europei, fra cui l’Olanda. Rapporti interrotti poi bruscamente attorno al 1635 durante il regime dei Tokugawa, con la preoccupazione che la diffusione degli ideali del cristianesimo, arrivati coi mercanti europei, potessero contrastare con l’organizzazione politica e sociale che il paese stava via via acquisendo in quel periodo. Si entrava nell’epoca del sakoku (lett. paese chiuso), durante la quale le autorità giapponesi limitarono fortemente le possibilità di scambi commerciali con partner esteri e proibirono altresì l’accesso al paese da parte degli stranieri. Questa scelta pose di fatto il Giappone in una situazione di isolamento politico, economico e culturale dalla quale non fu possibile uscire se non dopo più di due secoli e grazie alle forti spinte di paesi esteri, gli Stati Uniti in prima linea, ben consapevoli dell’importanza strategica che il Giappone aveva nelle rotte del Pacifico, grazie alla sua posizione geografica.

Già nel 1844, il re Guglielmo II d’Olanda aveva invitato le autorità giapponesi a riconsiderare un’apertura dei propri confini e un nuovo ingresso nel sistema politico e commerciale mondiale. Invito che rimase però inascoltato, almeno fino al 1853: in quell’anno, infatti, dietro mandato dell’allora presidente degli Stati Uniti Millard Fillmore, il commodoro Matthew C. Perry entrò con quattro navi da guerra nel porto di Edo (l’attuale Tōkyō) presentando al Giappone la richiesta di instaurare relazioni commerciali e diplomatiche. Ultimo di una serie di avvenimenti che avevano contribuito a minare l’integrità del regime degli shōgun, ancora incentrato su schemi organizzativi di tipo feudale a causa della già citata chiusura prolungata del Giappone, l’arrivo degli Americani si configura come la spinta verso un processo di modernizzazione del paese che vedrà il Giappone passare, in appena cinquant’anni, da stato sostanzialmente feudale ad uno dei maggiori interlocutori diplomatici e commerciali nell’area del Pacifico, al pari con le altre grandi potenze euro-americane.

Questo processo fu reso possibile grazie ad un’intensa attività di dialogo e di studio con le culture e le realtà esterne, che il Giappone mise in atto col nome di Meiji ishin (Restaurazione Meiji): un allargamento dei propri orizzonti culturali e un confronto attento con le realtà delle grandi potenze occidentali, per cercare di colmare il divario accumulato in oltre due secoli di isolamento. 

Con l’apertura dei confini del Giappone si rendeva infatti necessario il suo inserimento nel sistema economico e culturale mondiale. Da sempre dotati di un’innata curiosità e fascinazione verso le altre realtà, gli intellettuali giapponesi colsero l’occasione per andare immediatamente alla scoperta di tutto quello che succedeva al di fuori dei loro riaperti confini nazionali.

Uno fra i primi, e più famosi, scrittori giapponesi ad interessarsi degli Stati Uniti fu Nagai Kafū. Benestante, figlio di un ricco burocrate di origine samuraica, riuscì a viaggiare e a soggiornare per lungo tempo all’estero: dapprima in Nordamerica, poi in Francia e Gran Bretagna. Al suo ritorno in Giappone registrò le sue esperienze in opere letterarie: del suo soggiorno negli Stati Uniti ci rimane infatti Amerika monogatari, le “Storie Americane”, le cui pagine ci narrano delle sue esplorazioni alla scoperta del paese, di passeggiate bucoliche in bicicletta attraverso le campagne che circondano Washington, della fascinazione per la grandiosità degli spazi e paesaggi americani ma anche le storie di vita quotidiana dei giapponesi immigrati negli Stati Uniti.

Nell’opera convive una duplice natura: se da un lato i racconti che la compongono sono permeati da un senso di ammirazione e di idealizzazione per il paese straniero e le sue bellezze paesaggistiche, le sue grandi città moderne e i vasti spazi aperti – trasformandolo in un luogo ideale nel quale proiettare sogni e speranze – dall’altro lo sguardo critico dello scrittore non può tralasciare di registrare anche la profonda disillusione per i numerosi aspetti negativi della sua esperienza americana, primo fra tutti il razzismo e la discriminazione verso i suoi compatrioti arrivati in cerca di un futuro migliore.

Come osserva Rachael Hutchinson[i], l’opera di Kafū è costituita da un continuo oscillare fra due posizioni:

When speaking of Meiji literature, it is tempting to focus on the tendency, found in much of the discourse of the period, to set Japanup against the West in a dialectical relationship of mutually defining opposites. […] Kafū […] avoids limiting himself to a strict binary construct; instead he takes up an array of flexible positions. “America” and “Japan” emerge not as simple opposites, but as pole on axis of varying degrees of “Americanness” and “Japaneseness[ii].

La posizione tenuta da Kafū nella sua opera è quindi ambivalente: se da un lato, come si diceva, si nota una visione idealizzata dell’America, questa viene subito bilanciata grazie allo sguardo critico del narratore, che non può non notare l’evidente disparità di condizione che affligge i lavoratori giapponesi là immigrati.

Ma, cosa altrettanto importante, l’America è essa stessa occasione per lanciare uno sguardo critico anche sul proprio paese d’origine, il Giappone, troppo impegnato secondo Kafū in un’idea di modernizzazione acritica, dimentico della propria identità e provenienza culturale, lanciato in un processo di pedissequa imitazione dell’Occidente. L’incontro con le culture estere contribuisce dunque a formare una sorta di chiave di lettura attraverso la quale ridiscutere la realtà del proprio paese; l’America, ma soprattutto la Francia, i paesi del suo viaggio giovanile alla scoperta dell’Occidente, diventano per Kafū termine di paragone per problematizzare i ritmi tanto improvvisi quanto troppo veloci che la modernizzazione del Giappone aveva assunto in quegli anni, che lui percepiva completamente indifferente del proprio passato e dell’importanza della sua eredità culturale ed estetica. La voglia di evasione da un presente che stava diventando per lui insostenibile si coniuga quindi con la sua curiosità per culture ed espressioni diverse, lontane, diventando anche un modo per distanziarsi, seppure solo spazialmente, da un processo di rinnovamento che non condividerà fino alla fine della sua vita. Tornato in patria, infatti, dopo avere affidato alle pagine delle “Storie Francesi” (Furansu Monogatari) e delle “Storie Americane” (Amerika Monogatari) ricordi e sensazioni provocate in lui dall’incontro con l’Altro, nelle opere successive si rivolgerà al Giappone della tradizione, i cui costumi e valori vedeva via via scomparire inghiottiti da quello che riteneva un processo di modernizzazione indiscriminata del paese.

Il terzo momento di presenza straniera si configura invece come una vera e propria occupazione del suolo giapponese: non più dunque un fenomeno di confronto culturale, ma una vera e propria presenza di forze armate estere in territorio nipponico. Con la sconfitta inflitta al Giappone nella Seconda Guerra Mondiale da parte degli Alleati nel 1945, anche a seguito dell’utilizzo di ordigni nucleari (6 agosto1945 aHiroshima, 9 agosto1945 aNagasaki), si aprì un periodo di occupazione militare che durò fino al 1952, ad opera quasi esclusiva degli Stati Uniti, che continuano però tutt’oggi a mantenere alcune basi militari sul suolo Giapponese (per esempio, nell’isola di Okinawa, o al di fuori di Tōkyō…).

Tuttavia, l’America non è solo forza occupante, è anche, e forse soprattutto, una cultura che, a partire dal dopoguerra, diventa sempre più di rilievo, assumendo un ruolo primario a livello mondiale. E questo è valido non solo per il Giappone, ma per tutti i paesi che in un qualche modo hanno gravitato nella sfera di influenza culturale e politica degli Stati Uniti (si pensi, per esempio, alle numerose analogie con la situazione italiana).

All’ombra delle basi militari e soprattutto della cultura pop angloamericana che, come si diceva, dal dopoguerra si è fatta veicolo dominante, nascono due tra più conosciuti scrittori nipponici contemporanei. Che in comune, oltre ad una presenza quasi ossessiva del dato americano nelle loro opere, hanno anche il cognome: Murakami Haruki e Murakami Ryū. È Glynne Walley, nel suo saggio Two Murakamis and Their American Influence del 1997[iii] che formalizza i rapporti fra i due autori e la cultura americana, individuando specialmente nel fenomeno della pop culture di provenienza statunitense la cornice identitaria (framework for identity nell’originale inglese) attraverso la quale è possibile rileggere la società contemporanea.

È soprattutto per Murakami Haruki che la cultura angloamericana gioca un ruolo fondamentale, facendosi spesso forza ispiratrice o comunque traccia visibile in qualsiasi sua opera. Laureatosi presso l’università Waseda di Tōkyō, dove discute una tesi sul viaggio nel cinema americano, è da subito impegnato in un’intensa attività di traduzione e diffusione di opere letterarie statunitensi in Giappone. Fra le molte traduzioni dall’inglese in giapponese spiccano The catcher in the Rye di J. D. Salinger, Truman Capote, tutta l’opera di Raymond Carver, i tre capolavori di Raymond Chandler (Farewell My Lovely, The Long Goodbye e The Little Sister), ma anche The Great Gatsby di F. Scott Fitzgerald.

Per Murakami Haruki, quindi, la cultura americana è una presenza stimolante, dalla quale è attratto fin da giovane: le tante canzoni, la letteratura, ma anche i vestiti e i programmi radiofonici e televisivi di chiara ispirazione – se non addirittura provenienza – statunitense sono per lui la testimonianza della fascinazione che il Giappone e i Giapponesi hanno provato e provano tuttora nei confronti dell’America. Interesse che però non è mai stato acritico, come chiarisce lo stesso Murakami in una sua intervista al New York Times Book Review[iv]: non si tratta di adorazione incondizionata, ma semplicemente di saper apprezzare quanto di bello veniva fatto al di là del Pacifico. L’America, in particolare la cultura pop americana, diventa per Murakami H. un mondo fantastico che gli permette di evadere dalla realtà quotidiana. E, come mostra molto bene anche Glynne Walley nel suo saggio, la presenza dell’America come mondo fantastico costituisce uno degli espedienti narrativi più frequenti in tutta l’opera dello scrittore. Come in 1973 Nen no Pinbōru (non ancora tradotto in italiano, ma uscito in versione inglese col titolo Pinball, 1973), opera del 1980 dove l’America, rappresentata da un flipper, costituisce per il protagonista l’unica ancora di salvezza che gli permette di non annegare nel mare della disperazione nel quale è caduto dopo la morte della compagna. In questo caso l’America rappresenta un mondo fantastico nel quale rifugiarsi per sfuggire alla crudeltà della realtà quotidiana. Ma gli Stati Uniti per Murakami H. non sono solo quel mondo fantastico e ideale da contrapporre alla durezza di quello reale, sono anche una presenza costante in tutti i più piccoli dettagli della vita quotidiana: musica, cinema, letteratura, insomma quella pop culture che aveva così appassionato gli animi dei giapponesi a partire dagli anni Settanta. Ed infatti, leggendo i suoi romanzi, è molto facile inciampare in riferimenti o semplici cenni a opere letterarie, brani musicali o film provenienti dagli Stati Uniti. Molto spesso senza nessuna intenzione o pretesa di citazione e interstestualità, molto più semplicemente i personaggi narrati da Murakami si muovono in un mondo che ha accettato la cultura pop di provenienza angloamericana, che è ormai parte integrante di quella giapponese contemporanea. Come evidenzia infatti Walley:

Part of what he is doing with his constant reference is simply to show how thoroughly they have permeated Japan. Western reviewers have tended to take this as a negative comment, as if he were trying to express disgust at how common McDonald’s is in Japan, but in reality Murakami Haruki is saying the opposite: To contemporary Japanese, McDonald’s is more Japanese than American[v].

Tuttavia, nota ancora Walley, anche se ormai completamente inserita nel tessuto culturale giapponese contemporaneo, la cultura americana rimanda sempre ad un’idea di lontano, di altro, che permette quindi a Murakami di utilizzarla come espediente narrativo per introdurre, qualora ce ne fosse bisogno, un passaggio ad una dimensione fantastica e irreale, distante dalla realtà culturale giapponese contemporanea. Murakami H. rimane dunque volutamente ambivalente su questo punto, mostrando sì quanto la cultura americana abbia ormai permeato la realtà quotidiana anche al di fuori dagli Stati Uniti, ma come parallelamente possa rimanere un richiamo al lontano, all’altro, da usare anche come espediente narrativo.

Molto diversa è invece la posizione dell’altro Murakami, Ryū. Nato a Sasebo, prefettura di Nagasaki, nelle vicinanze di una base militare statunitense, all’attività di scrittore affianca quella di sceneggiatore e regista, per la quale è forse più conosciuto. Ma in quanto ragazzo cresciuto all’ombra delle installazioni militari, egli ha ben chiaro che l’America è stata prima di tutto una forza armata occupante. Il suo romanzo d’esordio, Kagirinaku Tōmei ni Chikai Burū (Blu quasi trasparente, 1976; trad. it. 1993) è la storia di un gruppo di ragazzi giapponesi dalla vita sregolata e un comportamento autodistruttivo, dediti all’uso di droghe e ai rapporti occasionali. Molte delle scene in questione ritraggono episodi di sesso e orge con i militari della vicina base: si tratta di veri e propri rapporti al limite dello stupro, con percosse e sevizie perpetrate dai soldati ai danni del gruppo di giovani giapponesi, che quasi sempre alla fine vengono lasciati più morti che vivi. È molto facile, come sottolinea Walley[vi], vedere in questa rappresentazione una metafora dell’occupazione militare americana del Giappone, una presa di posizione netta dell’autore riguardo a quella che lui percepisce come una violenta imposizione di potere sulla sua popolazione.

Ma Murakami R. riflette anche, come il suo omonimo, sulla valenza della pop culture nel contesto giapponese suo contemporaneo, riflessione che contribuisce a mantenere anche in lui un atteggiamento tutto sommato ambivalente. È infatti egli stesso, come molti suoi contemporanei, sinceramente attratto dalla cultura pop angloamericana, dalla musica, dal cinema, dalla letteratura: i dischi di Elvis sono comunque ascolti piacevoli, sebbene provengano da un paese che è percepito come occupante.

Per entrambi i Murakami dunque, come sottolinea ancora Walley, la cultura pop angloamericana è un dato di fatto imprescindibile di qualsiasi società contemporanea, è una cornice nella quale ci identifichiamo nell’epoca della post-modernità e del capitalismo. E, non da ultimo, non è poi tanto male. E se è vero che non è possibile identificate completamente la cultura americana in senso stretto con la cultura pop, è pur sempre corretto affermare che la maggior parte di quest’ultima sia stata, nel periodo in questione, prevalentemente di provenienza statunitense: diffusasi negli anni precedenti a livello planetario, era ormai diventata una sorta di linguaggio comune della nuova società capitalista che stava emergendo negli anni Ottanta.

Il Giappone si trova quindi a fare i conti due volte con la presenza americana, presenza che è doppiamente fisica (e politica) e culturale. Da qui, l’ambivalenza di fondo che permea le opere dei due Murakami.

In fact, much of the world can be said to be living in the shadows of America to one degree or another. What Murakami Haruki and Murakami Ryū do is to express vividly what that feels like. Murakami Haruki, with his vision of Americaas a fantasy world and his acceptance of American-style pop culture as a natural part of advanced capitalism, may be considered the best case scenario. […] Murakami Ryū’s perspective is the up-close-and-personal view one gets in the base towns, the view that hates Americaas much as it loves it, that sees the down side of imported peace and prosperity[vii].

Il Novecento è stato denominato “il secolo americano” proprio grazie alla grande importanza che gli Stati Uniti hanno avuto su tutti i piani della vita mondiale: storico, politico, economico, culturale. E proprio quest’ultimo piano ha permesso il diffondersi a livello planetario di una cultura di massa alla quale gli USA hanno largamente contribuito e la cui presenza è possibile rintracciare nelle opere e nelle produzioni artistiche della maggior parte dei paesi del mondo.

Il Giappone, come qualsiasi altro paese del globo, ha dovuto quindi confrontarsi con la presenza dell’America, sul piano doppiamente politico e culturale, proprio a causa della presenza delle forze armate americane sul suo territorio; da qui l’ambivalenza di fondo che permea la visione degli artisti e intellettuali giapponesi presi ad esempio.

Ma se con Kafū l’America aveva ancora i tratti idealizzati di un posto lontano al quale guardare con ammirazione, di una chiave di lettura attraverso la quale poter criticare l’eccessiva spinta modernizzatrice della società giapponese sua contemporanea, il periodo della guerra mondiale e della successiva occupazione da parte delle forze armate americane ha portato ad un ripensamento urgente e radicale degli entusiasmi iniziali. Il risultato come abbiamo visto è duplice: se da un lato la ferita lasciata dalla sconfitta nella guerra e l’occupazione del suolo giapponese fatica ancora oggi a rimarginarsi, dall’altro gli scrittori contemporanei presi in esame si rendono conto che la pop culture di matrice angloamericana ha affascinato la società e la cultura giapponese in maniera spesso così permeante che è diventato impossibile evitare il confronto.

L’esempio giapponese, che ovviamente può essere preso come modello per un discorso più ampio, coinvolgendo un gran numero di altri stati, ci mostra come l’America entri nel testo e ci rimanga, discussa, problematizzata, a volte anche amata, contribuendo, magari solamente in minima parte, alla creazione di alcune delle opere più significative nel panorama letterario contemporaneo.


[i] Rachael Hutchinson, Positioning the observer. Interrogations of alterity in Nagai Kafu’s Amerika Monogatari, Monumenta Nipponica, Vol. 62, N° 3, Autumn 2007, pp. 323-345.

[ii] Ivi, p. 324.

[iii] Glynne Walley, Two Murakamis and Their American Influence,Japan Quarterly 44:1 (Jan/Mar), 1997, pp. 41-50.

[iv] Jay McInerney, Roll Over Basho: Who Japan Is Reading and Why in: TheNew York Times Book Review, 27 settembre 1992, p. 28; in Walley, cit. p. 41.

[v] Walley, cit., p. 42.

[vi] G. Walley, cit., p. 45.

[vii] Ivi, p. 50.

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