In My Defence: Apologie di Memorie in Disuso. Barney’s Version di Mordecai Richler

Barney’s Version è forse il romanzo più noto di Mordecai Richler, pubblicato da Knopf Canada nel 1997. In Italia, La Versione di Barney, è stato pubblicato nell’autunno del 2000 e, nonostante il successo non immediato, è diventato ben presto un cult. (Le vendita dell’edizione Adelphi – traduzione di Matteo Codignola – ha toccato le 300 mila copie).

In questo testo c’è tutto Richler e le costanti che ritroviamo in quarant’anni di carriera letteraria. L’irrinunciabile presenza dell’indole satirica e devota al Black Humour e le tematiche fondamentali: la comunità ebraica di Montreal; la critica sociale politicamente scorretta ed estesa oltre i confini canadesi; la ricerca degli intellettuali espatriati in Europa; il potere contorto dei mass-media e le leggi che lo governano; i rapporti familiari e la sacralità degli affetti.

Richler è il cantore, in lingua inglese, della Montréal ebraica. I luoghi descritti, dalle strade ai pub, sono reali. Tanto che gli ammiratori ne possono ripercorrere le strade e sentirne gli odori dando libero sfogo all’immaginazione. Ma se utilizza la lingua dei goyim (i non ebrei) non manca di farcire la narrazione di termini in Yiddish di uso comune. Il libro non può che contenere anche un generoso glossario Yiddish, così da garantire al lettore una piena comprensione del testo. Il protagonista del romanzo, Barney Panofsky, è un ricco e ormai anziano produttore televisivo di Montréal con un passato straordinario alle spalle. Egli esordisce raccontando le sue ragioni in merito alla scrittura delle sue curiose memorie e controbattere così alle accuse di omicidio mossegli da McIver. Terry McIver ci viene presentato come l’autore del libro che contiene tutte le imputazioni e le calunnie dalle quali il nostro eroe è tenuto a difendersi. Il disappunto di Panofsky quindi si traduce in un desiderio di ricomporre i suoi ricordi affollati e presentare una versione dei fatti quanto più veritiera. Un’apologia di un passato ripulita dalle dissertazioni dettate dall’invidia cronica dell’ex amico scrittore.

La narrazione parte da brevi descrizioni dell’ambiente domestico e della madre, donna mai troppo interessata alle vicende familiari e che in seguito di ammalerà di Alzheimer. La madre si dissocia dal cliché della yiddishe Mame iperprotettiva e asfissiante. L’incontenibile ispettore Panofsky, il padre, è invece sempre presente con i suoi racconti tragicomici. Con un coloritissimo umorismo farcito del più fine turpiloquio narra degli episodi della China Town locale e delle retate degli anni ’50.

Le personalità più influenti nella vita del protagonista provengono tutte dalla medesima tradizione religiosa. Nonostante le differenze che contraddistinguono i singoli individui, quasi inconsapevolmente Barney sarà attratto da ognuno di loro; si ritroverà in una fitta rete di relazioni che costituiranno i punti cardine delle sua esistenza, come se il suo procedere fosse costantemente volto a seguire le vie di un magnetismo mistico incline all’ironia.

Nasce e cresce nel cuore del quartiere ebraico ed operaio di Montreal. Riesce a conseguire il diploma non senza difficoltà, ma questo non gli impedisce di arricchirsi fino all’inverosimile rispetto alle generali aspettative: nella seconda metà degli anni Sessanta l’impiego di sceneggiatore di prodotti televisivi spazzatura, infatti, frutta una fortuna e lo trasforma in un facoltoso, apatico e accidioso beone. Il primo impiego gli viene fornito da Yossel Pinski, un sopravvissuto ad Auschwitz che propone al giovanissimo Panofsky di intraprendere in qualità di socio un’attività clandestina. L’aspirazione ad una vita ordinaria non era certo al centro degli aneliti dei giovani scapestrati all’assalto di Parigi ai quali Barney si unisce all’età di ventidue anni, nel 1950 quando decide di sfuggire ai legami mentali del ghetto. Ed è proprio a Parigi che il protagonista entra in contatto con i suoi anarchici fantasmi del passato: Bernard “Boogie” Moscovitch, il genio, l’enigma, l’amico adorato e ovviamente Clara Chambers/Charnofsky – la prima Signora Panofsky – e la sua compagnia di provinciali talentuosi all’assalto del vecchio mondo.

I giovani virtuosi ebrei della sua generazione si rivelano in netta contrapposizione con il proprio ambiente di origine. Non è la religione a strutturare la loro esistenza, le sinagoghe sono sostituite dai caffè e dalle camere in affitto sulla Rive Gauche estranee alle secolari dispute dottrinali e alle contemplazioni della Torah. Sono gli espatriati per scelta, sono i bohemiennes nordamericani dediti al lusso della spensieratezza che ricercano il sapore della ‘lost generation‘.

Per fortuite coincidenze le tre donne che Barney si deciderà a sposare sono tutte di cultura ebraica. Le Signore Panofsky simboleggiano punti fermi attorno ai quali si costruisce la narrazione, mondi contrastanti ai quali il nostro eroe si affaccia in tempi e luoghi distinti. Agli antipodi le prime due consorti: Clara, irriverente, bizzarro, sporco e impetuoso fiume artistico, e la seconda Signora Panofsky, la perlacea ricamata superficialità dell’alta borghesia ebraica canadese.

Se durante la stagione parigina Barney palesasse un sincero affetto nei confronti di Clara, non è ben chiara la ragione dell’unione con la seconda Signora Panofsky in quanto le divergenze fra i due sono più che evidenti. L’insofferenza per la leggerezza e la logorrea della donna lasciano intuire come l’unione non sia altro che  una farsa: la volontà di sposare un’ebrea di rango elevato e con le “qualità” sopracitate risponde in toto alla provocazione fatta da Clara durante il litigio che precede il suo suicidio:

Tu non sei un artista come noi. Sei un guardone. Prima o poi tornerai a casa e visto il tipo che sei farai un sacco di soldi, sposerai una figlia di papà ebrea, e alle cene di beneficenza dello United Jewish Appeal farai ridere tutti raccontando di quando vivevi con la scandalosa Clara Chambers.

Il suicidio di Clara nel 1952 è l’occasione per ricostruire i frammenti del suo passato. Solo dopo la conversazione con Chaim Charnofsky, il Mekhunt, il suocero, le ragioni diventano plausibili, il dolore comprensibile e il mosaico si ricompone. Sebbene di marginale importanza Chaim Charnofsky è uno dei personaggi più affascinanti del romanzo, è l’emblema di tutte quelle caratteristiche peculiari dell’emigrato europeo nel Nuovo Mondo, l’America.

E’ con stupore che Barney apprende che la prima Signora Panofsky era effettivamente stata cresciuta dai genitori nell’osservanza delle regole del culto ebraico. L’ossessione per il credo ortodosso, unita al ristagno di una grettezza mentale, dei metodi adottati per sopperire alla mancanza di stabilità della giovane si riveleranno causa dei primi traumi infantili e adolescenziali. Questi la affliggeranno per tutto il corso della sua breve esistenza, minandone la sanità mentale e spingendola a numerosi tentativi di suicidio fino a giungere al gesto estremo. Clara ha, quindi, agito secondo tutti quei dettami dell’integrazione e della fuga che hanno costituito l’insieme degli espedienti adoperati dai suoi predecessori: espatria, cambia aspetto e soprattutto il nome per sfuggire ai tentativi del padre di riportarla a “casa”. Il conversare del Mekhunt è tutto un susseguirsi di termini in yiddish e riferimenti di argomento religioso, e le maledizioni indirizzate al genero nella lingua tradizionale fanno intendere il drammatico epilogo della vicenda.

Il trascorso drammatico della vicenda è importante per comprendere gli eventi che costituiranno i punti salienti della vita di Panofsky. Il progetto della costruzione di una vita borghese è un atteggiamento di sfida nei confronti di Clara: l’acquisto della casa a Hampstead, il quartiere residenziale di Montreal, la fondazione della Totally Unnecessary Productions Ltd e la ricerca dell’incognita mancante alla dispettosa equazione borghese: la seconda Signora Panofsky. Il primo passo è quello di offrirsi volontario per la raccolta di fondi in favore proprio dello United Jewish Appeal, (una delle maggiori associazioni filantropiche), in collaborazione con Irv Nussbaum.

Tra le pagine riguardanti quello che potremmo definire come un vero e proprio percorso di infiltrazione consapevole nell’establishment ebraico troviamo spunti interessanti e provocatori per una riflessione sulla retorica ebraica attuale e sulla valenza dell’“integrazione”:

Non mi fraintendere. Io aborro l’antisemitismo. Ma ogni volta che qualche mentecatto imbratta una sinagoga con le svastiche o lancia un sasso in un cimitero, i ragazzi si innervosiscono e attaccano a telefonarmi offrendosi di fare qualcosa. In ogni caso quest’anno butta così, quindi ti resta una sola possibilità, tormentare il tuo uomo con l’Olocausto. Sciorina pure tutto il repertorio, Auschwitz, Buchenwald, i criminali di guerra che continuano a vivere indisturbati in Canada. Poi spara: “Senta, ma lei è veramente sicuro che non possa accadere di nuovo, anche qui da noi? E se accadesse, lei dove andrebbe?”. E a quel punto ricordi al fesso che Israele è la sua assicurazione sulla vita [...] Eppure, col senno di poi, l’antisemitismo era una manna dal cielo. Amico mio, non è che siamo sopravvissuti a Hitler perché i nostri ragazzini potessero assimilarsi e gli ebrei in quanto tali scomparire, no?.(Irv)

Avendo optato per la rispettabilità, volevo dimostrare allo spettro di Clara che sapevo recitare la parte del bravo ragazzo ebreo borghese molto meglio di quanto lei si fosse mai sognata.(Barney)

Barney Panofsky è il nostro eroe-villain addolcito dal tempo, che si batterà per riottenere ciò che ha inesorabilmente perduto, una donna, la donna della sua vita: Miriam Greenberg. Brillante, colta, moglie e madre premurosa; eppure Barney è capace di minare la solidità del matrimonio e farlo crollare come un castello di carta.

Di sonno neanche a parlarne. Allora ho riavvolto il film della mia vita, cercando di tagliare – e in qualche caso di rigirare – tutte le scene che non erano venute bene. [...] Mi sono versato ancora da bere, con la certezza di avere davanti un’altra notte da vecchio bavoso in cui rivedo tutto il filmino della mia incasinatissima vita, chiedendomi come ho potuto ridurmi così. Dal tenero ragazzino che a letto recitava a voce alta La terra desolata al vecchio misantropo che vende pattume televisivo; e tra i due, per tutto conforto, un amore perduto e l’orgoglio per i figli.

Madame Bovary c’est moi”. Barney si riconosce nello strumento della “rappresaglia divina” ed è proprio la dedizione all’alcol, alle sbruffonate, al desiderio di fingersi ancora giovani e sfrontati, a far precipitare Panofsky verso l’abisso di collera e rimpianto. Le pagine traboccano di un amore sincero, seppure distorto, si direbbe quasi immaturo ma più profondo di quanto ci si aspetti. Come ha ammesso il figlio di Richler, Noah, il ritratto di Miriam è un monumentale atto d’amore nei confronti della madre, Florence.

Nel romanzo rivive gli anni del suo corteggiamento per Florence/Miriam […] Nella realtà Richler non si è mai separato dalla moglie, ma ha voluto immaginare con orrore – e probabilmente per scongiurarla – l’assoluta inutilità della sua vita, se Florence l’avesse lasciato.

(“Sulle strade di Barney. Un viaggio nel mondo di Mordecai Richler”, Christian Rocca. Bompiani, 2010 Pg. 52)

Mordecai Richler è senza dubbio un anti-tradizionalista dotato di un irresistibile tendenza alla parodia e questo parodiare diviene quasi uno strumento di affermazione, aspetto che condivide con una moltitudine di personalità artistiche della medesima cultura. Propensione comune è smitizzare quei canoni classici e ribaltare i ruoli degli eroi positivi trasformandoli in figure del tutto nuove, simboli inediti di una cultura in mutamento. Barney è sicuramente uno di questi, è il nuovo eroe profondamente umano e carico della franchezza dell’individuo comune. Una presa in giro del self-made-man e Capitan Canada impegnato nel riconoscimento delle proprie bassezze.

Coerentemente, il linguaggio del libro non può che avere uno stile antiretorico e ironico. I processi mnemonici di Barney sono quasi del tutto sforzi atti a recuperare il passato e metterlo in salvo tra le pagine, per sfuggire all”inesorabile perdita della propria identità – conseguenza del degenerare della malattia – senza aver speso una parola in sua difesa.

E’ interessante sapere che l’itinerario di Barney si avvicina non poco all’esperienza dello stesso autore, anche lui nato e cresciuto nel quartiere ebraico di St.Urban Street di Montreal, critico nei confronti della cultura canadese ed espatriato giovanissimo in Europa. Molti appassionati si sono dilettati nell’immaginare le corrispondenze fra autore e creatura letteraria o comunque sperare in esse. Florence ci tiene invece a smentire l’identificazione di Barney con Richler e a privilegiare quei tratti partoriti esclusivamente dalla fantasia del marito. Nell’immaginario del lettore, però, il personaggio finisce per coincidere con il creatore. Il fatto che l’Adelphi abbia scelto una fotografia dello stesso scrittore come immagine in copertina non appare casuale e non fa che alimentare l’idea di una sovrapposizione fra i due.

Nell’opera vengono spesso messe in evidenza le letture di Barney nella sua adolescenza e durante il periodo parigino. Per cui abbiamo di fronte un uomo colto che si misura giornalmente con personalità di un livello di istruzione elevato. Sono presenti una quantità non indifferente di riferimenti letterari più o meno espliciti. Per esempio, è impossibile non mettere in dialogo Barney’s Version con l’ Herzog di Saul Bellow. Le due opere presentano un intreccio simile, così come somiglianti appaiono una serie di eventi e inclinazioni dei due protagonisti. Il romanzo di Bellow affronta le tematiche della senilità; il personaggio principale si ritrova ad esaminare i fallimenti della sua vita coniugale relative ai due matrimoni; inoltre viene arrestato dalla polizia per colpa di una pistola donata dal padre. Cogliamo con entusiasmo l’omaggio (anche palesemente ironico) all’autore statunitense che viene fatto nella versione cinematografica del romanzo, presentata in anteprima al Festival Internazionale del cinema di Toronto, edizione 2010: Miriam sul treno diretto a New York legge Herzog e lo stesso titolo compare nella lista degli argomenti da trattare durante il primo incontro con la futura moglie.

      

Dopo anni di tentativi fallimentari la Barney’s Version ha, infatti, visto la luce nella sua riproposizione cinematografica ad oltre dieci anni dalla pubblicazione del romanzo, appunto nel 2010. Richler ha scritto più volte il soggetto prima di morire, nel 2001. La prima bozza, fedele al libro forniva materiale per ben cinque ore. La seconda stesura, tagliata e riveduta, proponeva una struttura tripartita del film, costruita intorno alle tre signore Panofsky. In questa versione Barney narra la storia sotto giuramento durante il processo per l’omicidio di Boogie. La sceneggiatura è stata riscritta per la terza volta da Michael Konyves. Egli ne snellisce la struttura, elimina la componente introspettiva, l’artificio della confessione e dell’io narrante. Il lungometraggio è stato presentato in Italia alla 67esima edizione del Festival di Venezia. Barney è interpretato da Paul Giamatti, il padre Izzy invece dal premio Oscar Dustin Hoffman. Le due signore Panofsky sono come il lettore se le è immaginate. Nel ruolo della seconda Signora Panofsky è la nevrotica Minnie Driver mentre Miriam è la meravigliosa Rosamund Pike, per molti identica a Florence Richler. A vestire i panni di Clara è invece Rachelle Lefreve, attrice di una bellezza singolare che poco si addice al personaggio tanto complesso della Prima Signora Panofsky. La scelta delle location – l’esperienza europea del Barney cinematografico si gira a Roma e non a Parigi – è motivo di perplessità per ogni devoto alla Barney’s Version: perchè trasformare il periodo bohèmien in un soggiorno nella capitale italiana? E ancora, perchè trasferire la luna di miele con la seconda Signora Panofsky su uno scenario da Dolce Vita? Noah Richler, il figlio, sostiene di essere stato lui in realtà ad aver suggerito l’Italia, motivato dal successo letterario strepitoso che il romanzo del padre ha avuto nel nostro paese. D’altra parte Noah mette in evidenza l’affetto che Richler aveva maturato nei confronti dell’Italia, in particolare durante il periodo precendente la scomparsa.

Riflettendo su queste dichiarazioni e volendo prescindere dalla logica del mercato, quindi, parrebbe che la scelta della location sia stata effettuata sulla base di legami affettivi dell’autore. In entrambi i casi, il risultato non è sufficiente. Si tratta di rendere giustizia non tanto agli eventi che si svolgono nei suddetti tempi e luoghi ma alle atmosfere che nel testo assumono una valenza particolare e proprio per questo motivo la loro sostituzione con immagini di minor vigore è del tutto ingiustificata.

Robert Lantos è stato amico di Richler. Dopo l’uscita del best seller, ne ha comprato i diritti tentando di riuscire a realizzare il film. Dopo anni di ricerca la Serendipity di Lantos ha trovato la collaborazione della Fandango di Domenico Procacci. La regia è affidata a Richard Lewis, uno dei creatori di CSI: Scena del crimine. E’ distribuito in Italia da Medusa. C’è chi ha definito La Versione di Barney un film ‘gentile’, scritto e pensato da gentili goym (In una recensione di Marzia Gandolfi per My Movies.it) . L’incipit del lungometraggio ritrae Barney nel suo habitat casalingo: il carico dei suoi anni, il suo Montecristo fumante e una bottiglia di Macallan. Sfoglia le foto di una Miriam giovanissima. Una chiamata a Blair, (l’uomo che ha sposato Miriam dopo il divorzio), una frase sgradevole e il compiacimento, l’insonnia e il rimpianto per l’amor perduto. In questo modo ci viene presentato il nostro eroe. Un romantico frustrato nel cuore della notte. Non vi è traccia di McIver, né del suo manoscritto. Il libro fresco di stampa è quello di O’Hearne, che contiene l’accusa dell’omicidio ma niente più. Si perde il senso della Version, ma questo sfugge totalmente all’ignaro spettatore.

          

Numerose sono state le critiche alla pellicola. Il film sembra peccare di leggerezza per quanto riguarda le componenti cronologiche, ambientali e i connotati psicologici dei personaggi secondari. Si perde il gusto del dettaglio Richleriano che la pellicola non regala. Per molti, tale negligenza è da attribure alle competenze più televisive che cinematografiche della regia e dello sceneggiatore. Forse ci si può chiedere se sia giusto o se, invece, ogni trasposizione porta in primo piano altri elementi dell’opera originale, legati al nuovo codice, così come alla personalità di chi compie l’impresa.

Le differenze nella costruzione della vicenda sono evidenti. Nel testo le sequenze temporali seguono il diagramma irregolare della memoria, l’introspezione è centrale ed è sostenuta da una mente consapevole impegnata nel recupero delle proprie ragioni. Nel film si segue quella sorta di schema tripartito del libro ma la rapidità con la quale vengono trattati i primi due matrimoni lascia molto più spazio alla storia d’amore principale. In questo modo l’intreccio assume un altro carattere. Anche il trailer mostra come la storia si concentri sulla conquista, l’amore per Miriam e la sua perdita. Miriam è onnipresente anche nelle memorie di Barney e si potrebbe dire che i pensieri alla donna prescindano dalla trattazione dei periodi, ma è nel film che assume una valenza preponderante.

Inoltre nella resa cinematografica, quello che si perde è soprattutto la ‘suspense’ che permea tutto il romanzo. Nella lettura siamo spesso portati a dubitare dell’innocenza del narratore. A ripercorrere gli eventi, a porre in discussione certezze che Barney propone come assolute lasciando grande spazio ai sospetti che vengono dissipati solo nell’epilogo. Se nel film, in alcune scene, si insinua un alone di incertezza vi è, al termine della storia, una sorta di lieto fine o di assoluzione, comunque di spiegazione, che nel romanzo manca.

L’eliminazione della voce fuori campo priva la storia di tutte quelle riflessioni e rimuginazioni profondamente umane senza le quali non è possibile innamorarsi dell’uomo Panofsky. Ed è questo che delude profondamente il lettore. Non si raggiunge l’intensità necessaria per arrivare a comprendere ciò che è celato sotto la coltre di misantropia e sgradevolezza.

Barney appare meno rude, meno Gruff rispetto a quello che abbiamo amato come lettori. Non vi è una piena fedeltà al sarcasmo, alla tendenza irrefrenabile a criticare aspramente i prodotti della McGill, l’ortodossia e la sua ipocrisia, le dispute canadesi e l’indipendentismo francofono. Ci troviamo di fronte ad una figura conciliante, quasi costretta a moderarsi sotto i riflettori. Giamatti però si fa comunque ammirare nella sua espressività e nella semplicità della sua vena malinconica. Il film tuttavia è piacevole, spassoso nel suo umorismo yiddish e senza dubbio commovente. E’ chiaro che prende le distanze dalle trasgressioni morali e letterarie del romanzo cult. Seppur scarsi, non mancano gli attacchi a quei luoghi comuni tutti ebraici e una sottile critica sociale espressa da un umorismo pungente. Anche se spesso questi sono affidati allo spirito irriverente del padre e alle sue battute indovinate, più che al protagonista. Questi sembra maggiormente impegnato nella sua ricerca personale: la vicenda familiare prende il sopravvento. Assume quindi i tratti di una commedia romantica, sia pure con uno spirito straordinario.

La Montréal narrata viene riportata con una certa fedeltà. Il nostro eroe si muove tra il Dink’s, Le Mas des Oliviers, il Ritz, e l’Express. Di certo non potrebbe mancare il cottage in montagna, luogo in cui prendono forma le scene chiave della vicenda: il matrimonio con Miriam, la sparizione di Boogie e la risoluzione del caso. E’ in buona sostanza il santuario dei ricordi del settuagenario protagonista. Le sonorità del film sono comunque coinvolgenti. Chiassoso nella sua giovinezza scapigliata, armonico nelle risa durante il periodo familiare d’oro e intriso della malinconia più dolce nelle canzoni di Leonard Cohen. “I’m Your Man” e “Dance Me to the End of Love” sono i messaggeri degli ultimi tentativi di Barney di riconquistare Miriam. Il cantautore di Montréal dalla voce calda e graffiata dal tempo risulta perfetto in questa veste.

L’epilogo del film propone un finale, a detta di molti, “rassicurante”. La vicenda si conclude con la risoluzione del caso che lo spettatore ricostruisce attraverso il contributo dei figli. Si protrae fino all’ultimo stadio della malattia e alla morte del nostro beniamino. L’ultima scena con tutta probabilità mostra il Mount Royal Cemetery di Montréal. Miriam fissa una lastra di pietra sulla quale spicca la scritta: PANOFSKY. Accanto una stella di David e sulla sinistra il nome della moglie. Sempre a Montréal, sulla Collina delle Rose giace oggi anche Mordecai Richler che, come Barney ammira da lì St. Urbain Street con tutte le sue meraviglie.

Carmen Piritore

 

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