Octavia Butler (1947-2006) è una delle principali scrittrici afroamericane del XX secolo, pilastro del genere fantascientifico che, con la sua vasta produzione, ha contribuito a fondare. Vincitrice di ambiti premi letterari, è stata la prima (e, fino al 2003, unica) scrittrice di fantascienza a ricevere il premio MacArthur. Celebre è la sua Parable series, ciclo di due romanzi distopici pubblicati negli anni ’90 (Parable of the Sower del 1993 e Parable of the Talents del 1998), ma Kindred (1979) rimane uno dei testi più importanti della sua produzione.

Ambientato tra la Los Angeles del 1976 e il Maryland del XIX secolo, Kindred è un romanzo fantascientifico in cui i viaggi nel tempo permettono alla narrazione di immettersi sui binari di generi letterari quali distopia, neo-slave narrative, romanzo storico e romanzo di formazione.

Dana, la protagonista, è un’aspirante scrittrice afroamericana che vive nella Los Angeles degli anni ’70 col marito Kevin, un uomo bianco di qualche anno più grande e scrittore a sua volta. A partire dal suo ventiseiesimo compleanno, Dana comincia a essere trasportata periodicamente nel Sud schiavista degli Stati Uniti. Vertigini e svenimenti improvvisi sono il preludio di una serie di viaggi nel tempo inspiegabili e dalle dinamiche poco chiare. Solo di una cosa Dana è certa: il suo incarico è proteggere il suo antenato, Rufus Weylin, un giovane piantone bianco, dalla cui figlia, avuta da una schiava, discenderà la protagonista.

Tuttavia, l’incontro più importante è probabilmente quello con la comunità nera che ruota attorno alla piantagione. Vittime del sistema schiavista a vario titolo, Alice, Sarah, Nigel, Carrie, Luke e Isaac, mostrano a Dana forme di resistenza solitamente escluse dalla Storia ufficiale. I loro atti di ribellione prendono infatti la forma di gesti quotidiani tanto piccoli quanto sovversivi. 

Nonostante la robusta rete di solidarietà costruitasi attorno a Dana, la vita della protagonista è messa in pericolo: nemmeno la sua educazione sarà sufficiente per salvarla dagli orrori della schiavitù, di cui conserverà traumi fisici e psicologici anche dopo essere stata definitivamente restituita al suo presente.

 

1. La genesi di Kindred

Kindred è un tentativo di fare i conti con una ferita storica che negli anni ’60, quando Butler comincia a lavorare al romanzo, non si è ancora rimarginata. In varie interviste, l’autrice ha dichiarato che il testo è nato dall’esigenza di esplorare la complessità del rapporto che in quel periodo legava la comunità afroamericana alla Storia, per dare una risposta alle domande lasciate in eredità a lei e alla sua generazione:

Kindred was a kind of reaction to some of the things going on during the sixties when people were feeling ashamed of, or more strongly, angry with their parents for not having improved things faster, and I wanted to take a person from today and send that person back to slavery. (Rendall, 1991: 3)

A dare origine a Kindred sarebbero state, infatti, delle critiche di un collega universitario della Butler, sostenitore del Black Power, alla passività e alla remissività delle generazioni afroamericane passate nei confronti della comunità bianca. Neppure Butler è immune da sentimenti simili: più volte ha sostenuto di essersi vergognata in adolescenza del lavoro di domestica della madre. Kindred serve a riscattare le vittime dall’invisibilità e dalla marginalità a cui la Storia le ha confinate, raccontando solo una versione dei fatti che non è la loro.

 

2. La versione degli sconfitti e la sfida alla Storia

Di ritorno da uno dei suoi primi viaggi, Dana sa che potrebbe essere strappata dal suo presente da un momento all’altro e cerca di difendersi dai pericoli della schiavitù raccogliendo quante più informazioni sullo schiavismo negli Stati Uniti. Dana passa in rassegna manuali storici, enciclopedie, atlanti, programmi televisivi, ma presto realizza che niente riesce a rendere conto della violenza e delle atrocità di cui (finora) è stata testimone.

I read books about slavery, fiction and nonfiction. I read everything I had in the house that was even distantly related to the subject – even Gone with the Wind or part of it. But its version of happy darkies in tender loving bondage was more than I could stand. (Butler, 1979: 126)

La storiografia ufficiale non risponde alle domande di Dana, anzi, le ignora. Dana scopre che quello che credeva di sapere sulla schiavitù non è altro che una narrazione di chi la Storia l’ha fatta, di chi ne è uscito vincitore e ha avuto parole per raccontarla, non di chi è stato condannato all’oblio del silenzio. La protagonista si rende conto che la Storia ufficiale pecca di omissioni di importanti fatti storici, di cui un esempio emblematico sono i freedom papers, certificati di libertà per le persone nere nel XIX secolo, di cui Dana non trova traccia. Dei libri sulla storia della schiavitù afroamericana che trova nella sua libreria nessuno accenna a questo tipo di documenti:

There were ten books. We checked indexes and even leafed through some of the books page by page to be sure. Nothing. I hadn’t really thought there would be anything in these books. I hadn’t read them all, but I’d at least glanced through them before (Butler, 1979: 46)

La delusione principale che la Storia infligge alla protagonista è probabilmente la presenza di stereotipi che smorzano la brutalità e la crudeltà a cui gli schiavi africani erano costantemente sottoposti. L’archetipo della rigida, ma in fondo premurosa, “mammy“, consacrato nel film Gone with the Wind (1939) dal personaggio interpretato dal premio Oscar Hattie McDaniel, è infatti rovesciato in Kindred dalla figura dai contorni drammatici di Sarah, domestica nera costantemente attanagliata dalla paura che i suoi figli vengano venduti al mercato degli schiavi.

In Kindred, Butler spoglia i personaggi neri di tutte quelle stratificazioni semantiche costruite dall’Occidente per soffocare la voce degli schiavi e dei soggetti coloniali, annientandone così l’individualità e rendendoli funzionali al progetto imperialista. L’autrice, infatti, affida il timone narrativo agli sconfitti, ai subalterni, che finalmente possono rappresentare se stessi (e non essere opportunisticamente rappresentati): Alice, Sarah, Nigel, Carrie, Luke e Isaac escono dai confini della narrazione occidentale, acquistano lo spessore e la complessità psicologica necessaria per recuperare la dignità umana che nemmeno la Storia, a distanza di anni, sembra voler loro concedere.

 

3. Compromesso etico e resistenza

In Kindred non c’è traccia della docilità e della sottomissione tradizionalmente imputate dalla storiografia ufficiale agli schiavi africani. Oltre a essere legati da un forte senso di comunità e lealtà, i personaggi neri che Dana incontra durante i suoi viaggi indietro nel tempo, sono dotati di una soggettività lucida e consapevole. Il profilo dello schiavo tratteggiato da Butler prende le distanze dalla retorica vittimizzante e paternalista che fino ad allora aveva aleggiato in ambito accademico. L’autrice, infatti, in linea con i nascenti studi sulla resistenza degli schiavi, propone una riflessione sulla capacità di azione e di influenza esercitata dalla comunità nera all’interno del sistema schiavista.

La piantagione Weylin è teatro di costanti processi di negoziazione dei rapporti di forza tra l’istituzione schiavista e i margini che questa ha creato. I personaggi neri di Kindred si battono per preservare una forma di identità che, seppure scalfita dalla violenza brutale e degradante esercitata dalla comunità bianca, resiste ai suoi tentativi di sottomissione e di disumanizzazione. Butler sembra così rifarsi alla nozione di compromesso etico che attraversa tutta la produzione ascrivibile al genere della slave narrative, centrale nella costruzione di Kindred

KindredProprio come nelle autobiografie degli schiavi africani, la comunità nera ritratta dall’autrice dimostra che, persino in condizioni di estrema cattività, è possibile rivendicare uno spazio per la resistenza, qualsiasi forma questa assuma. In Kindred, Butler problematizza il tradizionale modo di intendere concetti come ribellione ed eroismo, trasferendo la tensione tra sopravvivenza e resistenza su un terreno di scontro fino ad allora poco esplorato: la vita quotidiana. Gli schiavi della piantagione Weylin mostrano che, accanto alle forme di resistenza in aperto conflitto con l’istituzione schiavista, ne sono esistite altre che quel sistema l’hanno eroso dall’interno.

In Kindred non mancano atti di ribellione estremi. In questo senso, il personaggio di Alice è emblematico: arrestata per aver tentato la fuga con suo marito Isaac, è messa in vendita sul mercato schiavista, dove viene comprata da Rufus che la costringe a diventare la sua schiava sessuale. Convinta dal suo padrone che i suoi figli sono stati venduti a loro volta come punizione per aver tentato la fuga una seconda volta, Alice si suicida.
Tuttavia, le rivendicazioni di libertà, nella piantagione Weylin, non consistono unicamente in gesti che mirano a un’emancipazione totale dall’istituzione schiavista. Gli schiavi lottano quotidianamente per rivendicare uno spazio d’azione che, seppur ridotto a prima vista, è in grado di fare la differenza. È in quest’ottica che Luke insegna a suo figlio Nigel a rispettare i padroni bianchi senza soccombere totalmente al loro controllo, ad aggirarli in modo da disobbedire senza contraddirli apertamente.

KindredLa comunità nera della piantagione Weylin dimostra che la ribellione consiste in un ventaglio di possibilità tanto numerose quanti sono gli schiavi e i contesti in cui questi agiscono. Persino un piccolo gesto quotidiano è in grado di far scricchiolare l’impalcatura ideologica di tutto il sistema. È per questo che, quando Dana è sorpresa a insegnare a leggere a Nigel e Carrie (la figlia di Sarah), viene severamente punita, la prima volta a colpi di frustate, la seconda con una giornata di lavoro nelle piantagioni. I padroni bianchi hanno capito immediatamente il potenziale sovversivo di un’azione che rischia di sollevare pretese di accesso a quella condizione di essere umano che è stata loro violentemente sottratta.

Kindred si presenta così come un laboratorio di indagine di approcci e strategie di resistenza, che dimostra una volta per tutte che sì, gli schiavi africani sono stati vittime della Storia, senza però essere vittime inermi e passive.

 

4. Conclusioni

Con Kindred Butler contribuisce a fondare una nuova tradizione storica che sposti il baricentro narrativo dall’Occidente schiavista e imperiale, e che sia così in grado di raggiungere i margini facendoli diventare centro. Butler ha più volte accennato alla massiccia documentazione storica di cui è frutto Kindred, non mancando mai di denunciare le falle e le omissioni del discorso storico ufficiale. Il suo obiettivo è infatti quello di ri-scrivere la storia, di creare un modello storico più inclusivo, in cui le voci soffocate possano riemergere dal passato e lasciare un’eredità in cui il presente possa riconoscersi.

L’esperienza in una piantagione del Maryland ottocentesco ha permesso a Dana di ri-appropiarsi del proprio passato, di rinsaldare il legame tra passato e presente come la Storia ufficiale non aveva reso possibile fare. Infatti, si può dire che Kindred sia un romanzo di formazione collettiva, un luogo in cui la protagonista e il lettore, qualunque sia il luogo da cui stia leggendo, ri-elaborano un trauma comune. Non è un caso che Kindred si chiuda sulla visita agli archivi storici di Baltimora da parte di Dana e Kevin, ormai definitivamente riconsegnati al loro presente.

Questo processo di decostruzione e ricostruzione della storia è traumatico a sua volta, non lascia “interi” (Dana perde un braccio nella lotta per tornare nel suo presente), tuttavia è necessario: fare i conti con tutte le versioni della storia è imprescindibile per costruire una società che riconosca l’altro, in cui i centri siano aboliti e la nozione stessa di confine diventi un brutto ricordo.

 

5. Bibliografia

Butler, Octavia, Kindred, Headline, Hutchinson, 1979

Kenner, Rendall, “An Interview with Octavia Butler” Callaloo, Vol. 14, No. 2, 1991

Sweet, James H. “Slave Resistance.” Freedom’s Story, TeacherServe©. National Humanities Center, 20/07/2020