I pericoli della noncuranza: American Power di Mitch Epstein8 min read

Manuel Acquisti commenta la mostra fotografica American Power di Mitch Epstein, nell’ambito della Biennale di Foto/Industria a Bologna.

In copertina ‘BP Carson Refinery, California 2007′ da ‘American Power’ © Mitch Epstein.

Mitch Epstein.

Nel piano inferiore della Pinacoteca Nazionale di Bologna era in mostra un gruppo di fotografie che narrano la storia dell’energia americana. La mostra, una delle tante organizzate dalla Fondazione MAST per la Biennale di Fotografia di Industria e del Lavoro (12 Ottobre- 19 Novembre  2017) era composta da quattordici fotografie scelte dalla serie American Power (2003-2009) del fotografo newyorkese Mitch Epstein. Nel pomeriggio del 14 Ottobre, ho preso parte alla visita guidata della mostra e ho avuto il privilegio di avere come guida il fotografo in persona. Epstein ha spiegato ai visitatori la filosofia del suo lavoro e ha raccontato di come ha maturato un interesse per il tema.

Nel 2003 il New York Times ha chiesto ad Epstein di documentare la cittadina di Cheshire in Ohio che era stata comprata dall’American Electric Power per 20 milioni di dollari a seguito di minacce di cause legali da parte della popolazione per l’inquinamento e la contaminazione della città. La maggioranza dei locali ha deciso di trasferirsi e molti cittadini hanno scelto di lasciare le loro abitazioni. Tra quelli più resilienti, che sono invece rimasti, c’era Boots Hern, una donna di ottant’anni che lottava contro la grande corporazione che voleva spingerla ad andarsene. Epstein l’ha incontrata durante la sua visita a Cheshire e, mentre parlavano nell’abitazione della donna, lei gli ha chiesto, “devo tirar fuori la mia pistola?”. Dopo l’iniziale perplessità, Epstein ha capito di essere incappato in qualcosa di importante di cui nessuno nella nazione stava parlando. Ha capito che c’era una storia da raccontare che era stata ignorata fino a quel momento.

Chalmette Oil Refinery, New Orleans Louisiana II 2007.
From ‘American Power’ © Mitch Epstein

Come Epstein ha detto al gruppo di persone quel pomeriggio, “c’è sempre un contatto umano che ti tocca profondamente e ti istiga ad andare più a fondo”. Così ha reagito a quello stimolo e per cinque anni si è dedicato ad un progetto che lo ha portato a visitare ventisei dei cinquanta stati americani alla ricerca di risposte riguardanti la produzione e il consumo di energia negli USA. Nei suoi scatti, il fotografo cerca di rendere l’impatto che l’energia e il suo utilizzo hanno sugli americani e sull’ambiente.  American Power è quindi una convincente documentazione fotografica di quel mondo, ma non si limita a darne mera testimonianza. La serie va ben oltre lo status quo e ricostruisce un’intera società, la sua cultura e la sua storia attraverso l’analisi dell’energia e la sua relazione con il potere.

Le immagini lanciano una sfida all’osservatore, quella di chiedersi e provare a rispondere alla difficile domanda “che cos’è un Americano?”. Epstein ha tentato di formulare una risposta e ci propone il suo punto di vista concentrandosi sul paesaggio che egli crede “funzioni come un deposito dell’impresa umana e ne esprima le ramificazioni, a volte dolorosamente”. Ho trovato la mostra ben pensata e dotata di uno sguardo arguto sulla interdipendenza tra energia, il paesaggio e il popolo americano.

Dopo avere vissuto un anno negli USA, mi sono ritrovato con più interrogativi e dubbi sulla società che ho incontrato di quanto avrei mai potuto immaginare. Ero frustrato per la mia incapacità di spiegare tale società e l’unico modo in cui riuscivo a descriverne la complessità era con l’espressione “la terra delle contraddizioni”. Non riuscivo a convogliare in un’entità coerente le infinite dicotomie, i paradossi e le stranezze della società statunitense che mi disorientavano e al contempo mi attraevano. Era ineffabile e, per me, lo è in parte ancora oggi. Tuttavia, lo studio della letteratura Americana mi ha aiutato nel ricomporre lo storytelling e il myth-making americano. Dalla City Upon a Hill al Farmer James, dal Manifest Destiny all’American Dream, ho scoperto le radici filosofiche di questa cultura. Allo stesso modo, esplorando queste immagini e questi motivi, ho compreso come lo storytelling non esista solo in un mondo parallelo, ma come in realtà funga da motore della società americana. La narrazione creata dagli autori, dai politici e dai giornalisti ha avuto un impatto reale e tangibile sulla realtà, sulle persone e sul paesaggio stesso.

Hoover Dam and Lake Mead, Nevada/Arizona 2007. From ‘American Power’ © Mitch Epstein

Durante la visita, Epstein ha richiamato il concetto di Manifest Destiny nel descrivere la fotografia della Diga di Hoover e il Lago Mead (NV/AZ) scattata nel 2007. La diga, costruita tra il 1931 e il 1936, si presenta in tutta la sua magnificenza davanti a noi. La Diga simboleggia il compimento del Manifest Destiny, un termine coniato nel 1845 da John L. O’Sullivan che si era fatto promotore della missione divina affidata ai coloni che dovevano essere un esempio da seguire nell’espansione verso la costa pacifica. Oggi questo mito è ancora di grande rilevanza e resta essenziale per capire al meglio il rapporto tra energia e potere negli USA, come Epstein dimostra.

La fotografia mostra le grandi dimensioni della diga che fanno sentire l’osservatore molto piccolo, ma al contempo essa crea un’atmosfera malinconica, proprio come Epstein l’ha concepita. La diga è in penombra e l’unica luce visibile è quella che tocca le cime delle montagne nello sfondo. Il livello dell’acqua è calato drasticamente nel corso degli anni, rivelando i limiti della risorsa, della Frontiera e soprattutto i limiti delle persone e del loro Manifest Destiny. I coloni infatti non riconoscevano la limitatezza del territorio e proseguivano nella loro espansione spostando di volta in volta la Frontiera. Una volta raggiunto il Pacifico, erano finalmente state congiunte le due coste in una nazione, ma facendolo si era dovuto anche prendere atto dei limiti fisici che la terra imponeva al loro mito.

Lo zelo che guidava i coloni e molti dopo di loro nello sfruttamento delle risorse e delle terre li ha accecati a tal punto che non riuscivano a rendersi conto dei danni che stavano causando all’ambiente e alla comunità. Il Colorado River è stato deviato e centododici persone sono morte durante la costruzione, senza contare le vittime di avvelenamento da diossido di carbonio. Ciononostante la diga è stata costruita e celebrata come il perfetto esempio dell’adempimento del Manifest Destiny.
Questo zelo porta con sé anche un altro elemento, quasi paradossale, la noncuranza, come lo scrittore Francis Scott Fitzgerald aveva percepito sei anni prima dell’inizio dei lavori alla Diga Hoover. Nel 1925, nel pieno dei Ruggenti Anni Venti, Fitzgerald pubblicava Il Grande Gatsby ed impiegava il termine “noncurante” (careless) nella descrizione dei personaggi di Daisy e Tom Buchanan. L’autore afferma che

“they were careless people, Tom and Daisy- they smashed up things and creatures and then retreated back into their money or their vast carelessness or whatever it was that kept them together, and let other people clean up the mess they had made”.

La noncuranza è pericolosa poiché lascia spazio a dei comportamenti sconsiderati che colpiscono tutto e tutti. Ne abbiamo continue dimostrazioni in tutti gli ambiti della nostra società: dai rapporti interpersonali a quelli professionali, dalle attività umane locali alle politiche di governi e nazioni, le nostre parole e le nostre azioni hanno ripercussioni su ciò e chi ci circonda. Non tenere in considerazione l’alterità e il contesto in cui esistiamo è rischioso e può avere conseguenze negative su noi ed altri, proprio perché siamo interconnessi con persone al di fuori di noi e con l’ambiente.

Cosa è rimasto dunque oggi di quello zelo e di quella noncuranza? In quale modo hanno plasmato il territorio e la psicologia degli americani? Per dirla con le parole di Epstein, “questi paesaggi sono compromessi. Ma io cerco sempre di vedere la bellezza, anche in un paesaggio compromesso. È un groviglio di bellezza e terrore”.

Biloxi, Mississippi 2005.
From ‘American Power’ © Mitch Epstein

La fotografia della diga di Hoover non è l’unica del gruppo che affronta questo argomento. Tutte le altre foto della mostra spingono il visitatore a pensare e a riflettere sul suo rapporto con il territorio. Ci sono scatti di raffinerie in California e in Louisiana, centrali energetiche in West Virginia, pale eoliche in Iowa e testimonianze della forza annientatrice dell’uragano Katrina in Mississippi. Tutte hanno lo scopo di farci osservare e capire l’operato dei nostri predecessori, di renderci consapevoli di come tutto ciò ci riguardi oggi e, magari, di farci scegliere, col senno di poi, un percorso e uno storytelling migliori.

La serie American Power di Epstein fa ciò che l’arte dovrebbe fare: ci obbliga a pensare e a riflettere. Ci sfida e ci fa uscire dalla nostra comfort zone riportando su fotografie la cruda realtà. Infine essa ci educa e ci rende consapevoli delle conseguenze che le nostre decisioni e le nostre azioni hanno su tutto ciò che ci circonda.

Epstein ha espresso la sua tristezza e amarezza alla fine della visita menzionando la noncuranza dell’amministrazione Trump nei confronti del cambiamento climatico, la più grande sfida che ci è posta oggi. Credo che il clima politico attuale renda il lavoro di Epstein ancora più rilevante e necessario. Ci chiede di non essere noncuranti come i coloni, o i Buchanan, o alcuni politici, ma invece di essere vigili e attenti. È un monito che ci ricorda di agire con una coscienza globale anche, e soprattutto, quando i nostri rappresentanti scelgono di non farlo.

Tutte le fotografie presenti in questo articolo sono sotto il copyright © Mitch Epstein.

All the photos in this article are under the copyright © Mitch Epstein.

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By | 2017-11-21T10:45:50+00:00 novembre 20th, 2017|Extra|0 Comments

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